Gli esami di stato vanno ripensati.

 

Mi piace leggere molto ed ascoltare (con le “orecchie” della mente:-),  i pareri degli esperti.

E’ tempo , ormai, di tirare le somme sul  lavoro svolto, ad anno scolastico ultimato, anche in relazione agli esami di stato e non ho alcun dubbio ,sull’importanza che, questi ultimi, vadano ri-pensati.

Specchio che riflette abbastanza bene il mio pensiero, risulta l’ultima parte di un articolo ,che ho letto proprio oggi, (pubblicato da una rivista specialistica) ,dal Dirigente scolastico, Dott. Filippo Cancellieri ,di cui propongo alcuni punti  liberamente tratti, a mio avviso ,molto significativi.

 

(…..)”E’ plausibile che nella gestione degli esami di stato, finalizzati al rilascio di titoli e punteggi con valore legale, operino soggetti terzi col compito di garantire imparzialità ed uniformità. E le commissioni di esame, con presidente e componenti in parte esterni, sono lo strumento che lo Stato utilizza per evitare che il giudizio sia lasciato alla discrezionalità dei docenti interni, peraltro coinvolti emotivamente nella relazione con i candidati.

Si deve poi considerare la presenza dell’istruzione gestita dai privati che non sono abilitati al rilascio di titoli di studio.

Allora ,se legittimamente si affidano gli esami di fine ciclo a soggetti esterni all’istituzione scolastica frequentata dai candidati, non si ravvedono motivi che in linea di principio e di diritto vietino il coinvolgimento dell’istituto nazionale di valutazione.

Il problema riguarda piuttosto la natura degli strumenti utilizzati e gli effetti distorsivi che le prove nazionali producono su quelle gestite localmente, giacchè si tende a “gonfiare” il voto di ammissione o quello relativo al colloquio per compensare una eventuale prestazione deludente nei test dell’Invalsi.

In assenza della predeterminazione di un repertorio di conoscenze e competenze da accertare e di standard oggettivi e condivisi per l’attribuzione dei punteggi, queste prove risultano decontestualizzate e scarsamente attendibili e non servono alla oggettività dei giudizi e delle votazioni.

L’integrazione tra prove nazionali e locali è soltanto uno degli aspetti problematici degli esami di stato che vanno ripensati in ordine e finalità, modalità, strumenti.

Attualmente sono caratterizzati da una defaticante e anacronistica sequela di adempimenti cartacei,con plichi,timbri,verbali e ceralacca,per l’esasperato rispetto di formalismi procedurali su cui in genere si fonda il contenzioso.

In coerenza con i prevalenti orientamenti dell’Unione Europea, il quadro normativo si sta orientando verso le competenze, da accertare e certificare al termine dei corsi di studio; tuttavia, a regolare gli esami conclusivi della secondaria superiore è la Legge n.425/1997 che li finalizza alla “verifica della preparazione di ciascun candidato in relazione agli obiettivi generali e specifici propri di ciascun indirizzo di studi”, per cui si continuano a privilegiare le conoscenze disciplinari, utilizzando gli strumenti e i metodi di rilevazione del tradizionale impianto verbalista e nozionistico.

Anche nel 1 ciclo l’attenzione è diretta agli apprendimenti curriculari e l’accertamento delle competenze rimane un’operazione sussudiaria , condotta con improbabili modelli fai-da-te.

Ciò che risalta sono i costi esorbitanti soprattutto in termini di impegni lavorativi di docenti e dirigenti, praticamente precettati e costretti ad operare per oltre tre settimane serrate e senz’alcuna indennità nel 1 ciclo dove peraltro l’esame è ormai un rito inutile.

Infatti, con l’elevamento dell’obbligo di istruzione, la secondaria di 1 grado ha perso il carattere di terminalità e la relativa licenza non ha più rilevanza legale.

Si sottopongono gli alunni ad una procedura con ben cinque prove scritte ed un colloquio pluridisciplinare, in ultima istanza finalizzati a confermare il voto di amissione.

Per chiudere il segmento di scolarità sarebbe allora sufficiente un semplice scrutinio ad opera dei docenti di classe,così come ora avviene per la primaria.

Il dettato costituzionale per il quale ogni grado di istruzione deve concludersi con l’esame di stato potrebbe essere soddisfatto estendendo il 1 ciclo al biennio obbligatorio della secondaria superiore.

Con più linearità, si potrebbe sottoporre a revisione l’art.33 della Costituzione, per concludere il percorso dell’istruzione obbligatoria con operazioni valutative interne, magari guidate da modalità, strumenti e parametri predisposti dall’amministrazione centrale.

Rimarrebbe l’esame di stato alla conclusione del quinquennio della superiore, da sfrondare comunque delle complessità procedurali e caratterizzare in termini di leggerezza ed essenzialità, con prove integrative della valutazione interna.

Se si sposta il baricentro degli esami dai contenuti disciplinari alle competenze diventano visibili i limiti delle tradizionali prove d’aula nella loro dimensione decontestualizzata, asettica ed artificiosa.

La competenza ingloba, infatti, componenti psicologiche, relazionali, emotive e perfino etiche, il cui accertamento non può che essere l’esito di un processo diacronico in cui vengono monitorati e interpretati, insieme alle capacità, gli interessi, le attitudini, gli stili di apprendimento, i metodi di studio, gli aspetti metacognitivi.

La didattica laboratoriale, il learning by doing, l’apprendimento cooperativo definiscono poi, un contesto educativo in cui appaiono anacronistiche le tradizionali procedure di accertamento verbo- grafiche centrate sul tema, sulla interrogazione orale,su tesine assemblate con materiale scaricato dal WEB.

Piuttosto, si potrebbe puntare su modelli, manufatti, progetti, ipermedia, prodotti didattici ,valorizzando la pluralità di canali espressivi delle arti e delle scienze iconiche, musicali, plastiche, motorie presenti nei curricoli di studio, e non tralasciando la dimensione operativa che lega ideazione, progettazione e realizzazione.

I tempi sono maturi anche per l’uso della tastiera e del touch screen, giacchè nell’extrascuola la tecnologia “carta e penna” è ormai residuale.

Anche il tradizionale setting d’aula appare innaturale e inadatto ad un genere di prove in cui assumono rilevanza gli aspetti relazionali e le capacità di interagire con il contesto fisico, con i suoi vincoli e le sue risorse.

Si potrebbero perciò utilizzare laboratori, giardini , atelier, spazi polifunzionali e comunque ambienti complessi che consentano di ricreare le situazioni esperienziali in cui le competenze possano essere espresse.” (……)*

 

 

*Liberamente tratto da:Dirigere la scuola,marzo 2013,Anno 13,p45.

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